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| la parete d'argento in una mia foto di qualche anno fa |
| si parte. Arata zavorrata |
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| l'ultimo diedro prima delle placche |
| sulle prime placche |
| da primi si trova lungo ma da secondi si gode!! |
| gaudio supremo |
| Ali dietro lo spigolo sul 7a in traverso |
| in sosta |
| sul traverso |
| fine della pacchia; tocca tornare in prima linea |
| tiri sempre a 5 stelle |
| senza parole.. |
| il turno da secondi è sempre molto gradito! si sculetta senza pensieri |
| L'Arata approda in nicchia |
| Ali sul tiro dopo la nicchia |
| altro tiro ghiottissimo da secondi! |
| il tiro del pendolo |
| ultimo tiro prima della cengia |
| Ali e il sacco in arrivo |
| Ali esce dal suo antro |
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| una scalata old school |
| una vita passata a strisciare |
| l'eleganza dell'Arata |
Agosto 2015, io e Alice usciamo disfatti in vetta a punta Rocca dopo aver percorso in due giorni di lotta Tempi Moderni. Io ero il classico giovane alpinista da lotta con l'alpe che abbraccia il disagio e snobba la falesia. Alice era una falesista incallita che muoveva con entusiasmo e leggerezza i suoi primi passi sulle vie alpinistiche, partendo non proprio dalle vie base.
Eravamo partiti per questa via senza tante cerimonie e l'avevamo fatta. In quegli anni scalavo quasi solo in montagna. Il 6c era un grado occasionale e vari 6b storici di Finale mi avevano brutalmente negato la vista della loro catena. Nonostante questo, forse grazie alla bellezza del calcare della sud, forse per la voglia ancestrale di impressionare la femmina, il tiro della rigola mi era venuto a vista ed avevo scalato per due giorni con audacia e sprezzo del pericolo .
Un' esperienza bellissima, in un luogo magico che ci ha uniti e ha contribuito a farci diventare una coppia.
In questi dieci anni sono successe tante cose ma il pensiero del Pesce è sempre stato là .
Molte volte l'argomento è uscito con l'amico Gabriele che l'aveva salita alcuni anni prima.
Abbiamo guardato le sue foto decine di volte, cercando di decifrare quanto potesse essere difficile e sognando un giorno di scalare anche noi su quella roccia da sogno, inseguendo quelle sfuggenti sequenze di buchi.
E' stato uno stimolo per allenarsi, per scalare vie più difficili e nel mio caso per imparare a scalare sui muri dove per anni sono stato un cane.
Alice è un arrampicatrice spontanea e elegante mentre io sono portato per generi più ignoranti e austeri e ci sono voluti anni per sentirmi un minimo a mio agio e apprezzare la scalata sui muri tecnici.
Così mentre mi ritrovavo a combattere coi miei demoni (e col vuoto perturbante..) sui muri a gocce del Verdon pensavo al Pesce e a quanto avrei voluto salirlo. Non per mettere una x ma per vivere un'esperienza, per realizzare un sogno, inutile ma bellissimo come lo sono l'arrampicata e alpinismo.
La cosa più dura è stata la pressione i giorni prima della salita.
Dopo la stagione come guide non si è mai troppo in forma e non riusciamo a fare vie preparatorie durante l'estate. Arriviamo molto stanchi e stressati alle ferie e col timore di non trovare l'occasione buona per fare la via.
Saliamo come prima via la bella e non banale Magic Line per Sofia sul Mulaz e ci decidiamo a provare il Pesce alla prima finestra di bel tempo.
Tutto il fardello di significati che abbiamo attribuito negli anni a questa salita lo sentiamo addosso, pesantissimo nel corpo e nella mente. I pensieri si sedimentano nel fisico e ci sentiamo stanchissimi, ci sembra di non recuperare.
Al Falier non c'è posto perchè è sabato sera e dobbiamo partire direttamente a piedi dal parcheggio. Prepariamo il materiale maniacalmente, bilancia elettronica e contrattazioni incluse. Chi sceglie di portare il guscio deve rinunciare al pile o al piumino. Poco cibo, poca acqua, poco tutto, no al materassino, 1 solo sacco a pelo e la previsione di un discreto disagio.
Poco prima delle tre si parte. Gli zaini sono piacevolmente leggeri e la notte è serena, illuminata dalla luna piena. Regna il silenzio anchè perchè con Alice, come da contratto, fino alle 6 del mattino non si può parlare.
Trovare la cengia di attacco senza ricognizione e al buio non è banale ed è anche un discreto postaccio.
Dopo qualche incertezza alle 6.20 nella penombra parto sul primo tiro. Dividiamo la via in blocchi. Io salgo da primo i 6 tiri iniziali. Saliamo entrambi con lo zaino su queste fessure verticali e rampe di roccia a tratti delicata. Continua la Ali per due diedri faticosi che ci conducono all'inizio delle placche.
Ali fin qui ha faticato un po' per il peso e non si sente in gran forma ma adesso impacchettiamo tutto in uno zaino da recupero e possiamo scalare belli leggeri. Sopra di noi si intravede la nicchia a forma di pesce (i più pignoli e colti obietteranno che assomiglia ad un capodoglio che nello specifico è un mammifero e non un pesce..) .
Ali sale quattro bellissime lunghezze sulle placche. Le prime tre non sono difficili ma fa abbastanza impressione muoversi su un muro così ripido e compatto solo con protezioni tradizionali. La quarta è il primo 7a che però risulta abbastanza protetto e scalabile.
Riparto io con un bel muro in obliquo a sinistra che porta alla base del famoso diedro svaso.
Inizio a salire su questa placca a buchi di roccia fantastica. Salgo una ventina di metri stupendi e mai banali. Oltre un tricam dalla fettuccia rotta, i buchi diventano piccolissimi e mi devo affidare al cliff. Quando mi accorcio sulla longe mi rendo conto che il piazzamento è pessimo. Mi faccio leggero, contraggo gli sfinteri e raggiungo un secondo piazzamento buono e infine una clessidra. Mi rilasso un attimo e poi riprendo a scalare un bel muro a buchi fino alla sosta. Un tiro breve con un singolo duro mi porta dentro la nicchia.
Riparte Ali sul complesso tiro che porta fuori dalla nicchia. E' un tiro lungo e tortuoso con vari passi obbligati e protezioni spesso distanti che la impegna a lungo. Da secondo il tutto risulta decisamente più godereccio con una stupenda arrampicata su buchi di continuità alternata a qualche passo più duro.
Rimane un tiro duro per Ali. Se passiamo questo è fatta. Dall'ultimo chiodo alla sosta c'è un bel tratto obbligato. Ali prova più volte coi cliff ma i piazzamenti sono rovinati dai passaggi e vola più volte sull'ottimo chiodo che protegge il passo. Sembra proprio che non riesca a passare.
Poi decide di provare in libera: c'è pathos, è al limite, ha ancora longe, staffe e cliff che pendono malamente e potrebbero impigliarsi ovunque ma per talento o per culo sta su e raggiunge la sosta. La raggiungo più veloce che posso e riparto sul tiro del pendolo. Si rivela un tiraccio ma passo abbastanza velocemente.
Il sole sta per tramontare ma ci attendono due tiri più classici. Il tempo stringe, la benzina scarseggia e lo stile passa in secondo piano.
Raggiungiamo così con l'ultima luce la cengia alla fine delle difficoltà .
Il sole tramonta tingendo il Civetta. Siamo svuotati ma ce l'abbiamo fatta.
Ci prepariamo con cura il giaciglio in un antro usando le corde come materassino e ci tumuliamo nell'unico sacco a pelo. Tra la luna piena, l'adrenalina e qualche sasso aguzzo nelle chiappe non dormiamo chissà quanto ma riusciamo a riposarci.
All'alba si riparte per la parte finale. Difficoltà classiche e camini croccanti ma asciutti. Non si può dire che sia una figata ma si sale bene. Finalmente verso mezzogiorno e mezza sbuchiamo in vetta con la stazione della funivia a pochi passi. Il contrasto tra l'esperienza vissuta e il ritorno alla civiltà è ancora una volta molto forte, quasi brutale. Le emozioni sono state intense e vanno ancora digerite.
Cosa resta dei sogni realizzati? Delle vette? La bellezza sta nel percorso, in quel presente che spesso ci sfugge perchè pensiamo troppo alla meta.
Ci resta la consapevolezza di non aver realizzato in fondo nulla. Di aver semplicemente seguito una traccia fatta da altri che hanno avuto il livello, il coraggio e la visione di aprire questa via, l'unica diventata "classica" in un dedalo di percorsi estremi che solcano la parete d'argento.
L'umiltà di capire che i veri forti sono altri e che non si può crescere all'infinito.
Al tempo stesso la gioia di sapere che non è finita qui e ci sono altre bellissime vie da affrontare negli anni, con la giusta preparazione.
L'ammirazione per l'etica rigorosa che ha preservato questa parete dal diventare un reticolo di vie anonime , spittate e tutte uguali.
Lo shock di pensare ad Auer slegato su quei buchetti minuscoli.
Un pizzico di orgoglio e di fiducia in se stessi per averci creduto e esser riusciti.
La comprensione delle limitazioni che la mente porta nelle nostre vite e di quanta energia imprigionata si cela dietro al pensiero e al condizionamento.
La gratitudine per aver vissuto tutto questo, ancora una volta con Alice.
Om shanti om.
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